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venerdì 8 giugno 2012

Filosofia Morale - schemi

Ciao ragazzi,
questi sono schemi fatti da me. Spero possano servire.
Ho cercato di farli al meglio, studiando sui libri (non ho frequentato, voto 28), perdonatemi se c'è qualche imperfezione ;-)
Paola T.
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mercoledì 1 febbraio 2012

Filosofia morale - Stramaledettamente logico

Temi all’interno dei film- Stramaledettamente Logico

Terminator

Trama dal punto di vista dello spettatore:

Il film si apre con alcuni immagini di preambolo che raffigurano una Los Angeles interamente distrutta, tenebrosa e fumante, tra i cui ruderi si intravedono soldati intenti a combattere contro un esercito di macchine possenti e tecnologicamente avanzate. L’anno è il 2029 e i sottotitoli recitano: “ le macchine emersero dalle ceneri dell’incendio nucleare. La loro guerra per sterminare il genere umano aveva infuriato per anni. Ma la battaglia finale non si sarebbe combattuta nel futuro. Sarebbe stata combattuta qui, nel nostro presente. Oggi.” Il presente è, appunto, il 1984. Quasi simultaneamente, due personaggi fanno la loro comparsa in città materializzandosi dal nulla. Capiamo presto che entrambi provengono proprio dal 2029 ed hanno una missione precisa: il primo, un organismo cibernetico serie T-800, modello 101, dalle perfette sembianze umane, è stato inviato dalle macchine del futuro per uccidere la giovane Sarah Connor, di professione cameriera; il secondo, il sergente Kyle Reese, è stato inviato dal capo della futura resistenza umana allo scopo di proteggere la donna. Ella apprende che nel 1997 l’intero pianeta sarà vittima di una guerra nucleare causata da Skynet, un ingente sistema computerizzato di difesa messo a punto dal governo degli Stati Uniti che raggiungendo l’autocoscienza si ribellerà alla specie umana decretandone lo sterminio. Kyle precisa che ci saranno dei sopravvissuti i quali reagiranno e, sotto la guida di John Connor, figlio della stessa Sarah, nel 2029 giungeranno a riconquistare una posizione di netto vantaggio. Uccidere John Connor a quel punto farebbe poca differenza, ma le macchine capiscono che impedirne la nascita comporterebbe ab initio ogni possibilità di resistenza da parte umana. Questo spiega la missione del T-800, il terminator, come anche la missione protettiva del sergente. Nelle scene finali i protagonisti si affrontano in uno scontro decisivo durante il quale Kyle perde la vita ma Sarah riesce a distruggere il T-800. Il film si conclude con la stessa Sarah intenta a registrare le proprie memorie. Dalle sue ultime parole apprendiamo che è rimasta incinta proprio durante la notte trascorsa con Kyle: “ devo raccontarti di tuo padre, ma è una cosa molto difficile. Influenzerà la tua decisione di mandarlo qui sapendo che è tuo padre? Se tu non mandi Kyle, non nascerai mai.”.

Si può cambiare il passato?

E’ evidente che il Terminator fallirà. Fallirà perché ha fallito, visto che John esiste. Che senso ha inviare le macchine serie T? O l’intera saga è insensata o si deve ammettere la possibilità di cambiare il passato. Quale beneficio potrebbero mai trarre le macchine di Skynet dall’impedire la crescita di John Connor, se ciò avesse come unica conseguenza la vittoria di altre macchine in altri futuri? In terminator è chiaro che il flusso temporale procede in modo semplice e lineare, ed è logicamente impossibile che uno stesso evento si verifichi e non si verifichi lungo il medesimo decorso storico, perché questa sarebbe una contraddizione. Per giustificare allora un viaggio nel passato non occorre supporre l’impossibile. Non occorre pensare che il viaggiatore debba interferire con il normale corso degli eventi al punto di modificarlo. E’ sufficiente pensare che debba prendervi parte. Questo significa che chi si reca nel passato non trova un mondo già fatto sul quale intervenire ulteriormente bensì trova un mondo al quale contribuire con le proprie azioni in modo del tutto ordinario, un mondo che lo accoglie nello stesso modo in cui accoglierebbe un neonato o una persona adulta creata ex nihilo( letteralmente nulla viene dal nulla). Non c’e’ quindi nulla di incoerente nel punto di vista di Kyle. Il passato non si può cambiare ma questo non significa che non vi è un ruolo da svolgervi. Anzi, i nostri eroi devono andare nel passato proprio in quanto esso non si può cambiare, ci devono andare e ci andranno perché ci sono già stati. Idem per i tre terminator.

Si può cambiare il futuro?

Il determinismo non implica il fatalismo. Occorre distinguere anche qui tra cambiare il futuro e influire sul futuro. Le azioni di Sarah sono il suo contributo alla storia, a un futuro già determinato.

Eternismo: visione metafisica in cui passato, presente e futuro godono della stessa realtà.

( passato + presente + futuro )

Presentismo: visione metafisica all’interno della quale esiste solamente la concezione del presente, il passato non è determinato.

( solo presente)

Incrementismo: visione metafisica in cui il passato è dato e il futuro è aperto e si costruisce mentre diventa presente.

( solo passato + presente )

Dice l’eternista: sebbene non esistono adesso, il passato e il futuro esistono. Anzi nella concezione eternista spazio e tempo vengono generalmente messi sullo stesso piano in modo da formare un blocco quadrimensionale che si estende all’infinito. La visione dei fatti dal punto di vista dell’eternismo combacia con lo scorrere del tempo di Kyle. Al momento della partenza dei due, il 2019 deve esistere. Al momento dell’arrivo però è il 1984 a esistere. Se vale la teoria incrementista questo significa che al momento della partenza il viaggio di Kyle e del Terminator ha come destinazione un tempo che per loro esiste già da 45 anni. Se vale la teoria presentista il loro viaggio ha come destinazione un tempo che non esiste più da 45 anni. In entrambe i casi il futuro è lungi dall’essere scritto, è inesistente. Dunque l’eternismo dà ragione a Kyle mentre l’incrementismo e il presentismo danno ragione a Sarah. Ad ogni modo nessuna di queste concezioni giustifica un atteggiamento fatalista/deterministico. Se le macchine non avessero inviato il Terminator la resistenza non avrebbe inviato Kyle, se Kyle non fosse andato Sarah non sarebbe rimasta incinta di John , e se questo non fosse nato le macchine non avrebbero avuto bisogno di mandare il terminator. L’invio del primo Terminator è quindi paradossalmente la causa della nascita di John Connor, che a sua volta è proprio la causa dell’invio del Terminator. Quello che ci viene a mancare è una causa originale da cui gli altri eventi seguano secondo una progressione lineare, come nella vita reale, non siamo in grado di risalire a una causa ORIGINALE. La visione del tempo del film è allora una visione circolare senza una causa originale. ( Nel film ci sono domande alle quali in realtà non è possibile rispondere, come chi ha inventato il chip grazie al quale poi si sviluppa la tecnologia delle macchine?). LA natura paradossale di queste situazioni si deve al fatto chela possibilità di viaggiare a ritroso nel tempo da luogo a catene causali anomale, nelle quali un effetto può precedere temporalmente le sue cause.

Ricomincio da capo

Trama:

Phil Connors è un insopportabile meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney - in Pennsylvania - per fare un reportage sulla tradizionale ricorrenza del Giorno della Marmotta.

Qui però rimane intrappolato in un circolo temporale: ogni mattina, alle 06.00 in punto, viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente. Gli eventi si ripetono esattamente uguali ogni giorno, e lui ben presto impara a sfruttarli per passare una giornata stravagante, spendere soldi, conquistare donne. Ma ogni tentativo di sedurre la bella collega Rita fallisce invariabilmente.

Alla lunga questa vita ripetitiva lo porta però alla depressione e a tentare continuamente il suicidio, nei modi più strani, ma il giorno dopo si risveglia comunque, sempre nel Giorno della Marmotta. Durante uno di questi giorni Phil si apre a Rita che, comunque scettica, gli offre il consiglio di dedicare questa vita intrappolata ad aiutare il prossimo. Phil capisce così che non può in un singolo giorno - ovviamente - aiutare tutti, ma può migliorare sé stesso. Scopre così i suoi talenti e capisce i bisogni altrui, il che lo rende un uomo apprezzato ed amato, insomma, un uomo migliore.

Alla fine tutto ciò lo porta ad uscire dall'incantesimo, e a trovare finalmente il vero amore.

Nietzsche considerava il pensiero dell’eterno ritorno come il più inquietante; ma in realtà dovrebbe lasciarci indifferenti, dato che se tutto ritornasse assolutamente uguale non ce ne potremmo accorgere; e se ce ne potessimo accorgere, non sarebbe il ritorno dell’uguale. Il film mostra 34 giorni, ma quanto tempo è passato veramente per Connors. In realtà visto che in una scena si esibisce in una sonata al pianoforte molto complicata, potremmo pensare che siano passati almeno cinque anni dal primo giorno del risveglio. Il tempo soggettivo di Connors è dunque diverso dal tempo oggettivo del calendario che tutti rispettano. Non si tratta di un semplice viaggio nel tempo in quanto ogni giorno in cui si risveglia Connors è un giorno diverso, non è lo stesso mondo in cui si trovava il primo giorno. Si tratta di una sorta di universo parallelo simile a quello del primo giorno tranne che per il fatto che Connors ricorda i giorni precedenti e ogni suo risveglio. Lo stesso Connors può essere un Connors diverso perché nell’esplorare gli universi paralleli acquisisce la conoscenza, conoscenza che insieme alla memoria porta con sé in questo trasferimento tra universi paralleli. Per Connors è come se gli eventi avessero dei lati nascosti che si possono visitare girando loro intorno. La sua conoscenza non è solo più vasta della nostra, è anche di un tipo qualitativamente diverso. Una metafisica diversa cambia la nostra teoria della conoscenza. Egli spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere dati a una conoscenza che lo trasforma interiormente ed esteriormente. Il fattore tempo scardina i concetti epistemologici e morali. Ricomincio da capo mostra che l’onniscienza è moralmente insufficiente in quanto non rende necessariamente migliori. Per gli esseri umani il viaggio alla ricerca della conoscenza è l’unica cosa che sembra veramente contare, e su cui nessun dio ha alcunché da insegnare. La conoscenza e persino l’onniscienza possono non aver valore se non nella contingenza delle situazioni. Il film ci mostra così l’epica di un dio che diventa uomo e scopre che da uomini si è infinitamente migliori.

Matrix

Trama :

Il programmatore di computer Thomas Anderson vive segretamente come hacker, sotto lo pseudonimo "Neo". Un giorno gli compaiono sullo schermo del computer alcune criptiche frasi riguardo ad un indefinito "Matrix". Desideroso di scoprire cosa sia, dopo aver avuto un incontro con alcuni agenti, viene condotto dal misterioso Morpheus, il quale gli offre la possibilità di conoscere la verità riguardo Matrix. Neo accetta. Dopo aver ingerito una pillola rossa, si sveglia bruscamente nudo in un alloggiamento riempito di liquido, con il corpo collegato a cavi elettrici, i quali portano ad una torre dove sono posti altri "baccelli" identici al suo. I cavi si scollegano e viene salvato da Morpheus, il quale lo porta a bordo del suo hovercraft, il "Nabucodonosor". Il corpo di Neo viene ricostruito (i muscoli erano atrofizzati, non essendo mai stati usati) e successivamente Morpheus gli spiega la situazione. Siamo circa nel 2199 e l'umanità sta combattendo contro le macchine intelligenti che ha costruito all'inizio del ventunesimo secolo. Il cielo è coperto di nubi nere generate dagli esseri umani nel tentativo di tagliare il rifornimento di energia solare alle macchine. Le macchine hanno risposto usando gli stessi esseri umani come fonte di energia, "coltivando" innumerevoli persone dentro baccelli ed utilizzando le naturali cariche positive e negative del corpo umano come delle vere e proprie pile. Il mondo che Neo ha abitato fin dalla nascita è Matrix, un'illusoria realtà simulata costruita nel mondo del 1999, sviluppata dalle macchine per poter controllare la popolazione umana. Morpheus e la sua squadra sono un gruppo di esseri umani liberi che "disconnettono" altri da Matrix e li reclutano nella loro resistenza contro le macchine. Dentro Matrix essi possono usare la loro conoscenza della relativa natura per piegare le leggi della fisica al suo interno, dotandosi così di abilità super-umane (come, ad esempio, fare lunghissimi salti, volare, velocizzare fino all'inverosimile il proprio corpo, camminare sui muri, ecc.). Morpheus crede che Neo sia "l'Eletto", colui che concluderà la guerra contro le macchine grazie al controllo illimitato di Matrix.

Neo viene quindi addestrato per diventare un membro del gruppo. Un collegamento nella parte posteriore del cranio di Neo, precedentemente utilizzato per connetterlo a Matrix, permette di "caricare" la conoscenza direttamente nella sua mente. Impara numerose arti marziali e dimostra le sue abilità nel kung-fu combattendo contro Morpheus in una realtà virtuale simile a Matrix, impressionando la squadra con la sua velocità. Un ulteriore addestramento introduce Neo ai pericoli di Matrix. Le lesioni subite all'interno della realtà virtuale sono riflesse nel mondo reale: se si viene uccisi in Matrix, anche il corpo fisico morirà. Viene avvertito della presenza degli Agenti, "programmi-sentinella" potenti e veloci, capaci di apparire in qualunque luogo tramite le persone collegate a Matrix, il cui scopo è quello di eliminare tutte le minacce per la simulazione.

Il gruppo successivamente entra in Matrix e porta Neo nell'appartamento dell'Oracolo, la donna che predisse l'emergere di un Eletto. Lei confida a Neo che egli ha "il dono", ma che sembra stia aspettando qualcosa, forse una nuova vita. Neo interpreta questo come la convinzione che egli non sia l'Eletto. L'Oracolo aggiunge inoltre che Morpheus crede in lui ciecamente, tanto che giungerà a sacrificare la propria vita per salvarlo. Ritornando alla linea telefonica che serve a loro come uscita di sicurezza da Matrix, il gruppo viene braccato da Agenti e ufficiali di polizia: Morpheus si fa catturare per far portare in salvo Neo dalla squadra. Il gruppo è stato tradito da un suo membro, Cypher, che ha preferito la sua vecchia vita nell'ignoranza alle difficoltà della vita reale, consegnando il leader del gruppo agli Agenti in cambio di un ritorno permanente in Matrix. Il traditore uccide tutti i membri della squadra tranne Neo, Trinity, Tank (che lo eliminerà) e Morpheus, il quale viene imprigionato in un palazzo all'interno di Matrix. Gli Agenti tentano di ottenere da lui le informazioni riguardo ai codici di accesso dell'ultimo rifugio degli esseri umani, Zion, una città costruita nel profondo sottosuolo. Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) ritornano dentro Matrix e, dopo aver affrontato numerosi scontri a fuoco con le guardie, riescono a salvare il loro capo. Neo, inoltre, diventa più sicuro sulla manipolazione di Matrix, riuscendo addirittura a schivare le pallottole sparategli da un Agente. Morpheus e Trinity usano il telefono di una cabina telefonica per uscire da Matrix, ma prima che Neo riesca ad uscirne, viene bloccato dall'Agente Smith. I due si fronteggiano in uno scontro di arti marziali e proprio quando Neo sembra esser riuscito a sconfiggerlo, l'Agente prende possesso di un altro corpo per salvarsi. Mentre Neo attraversa la città braccato dagli Agenti in cerca di un altro telefono per uscire da Matrix, alcune "navi-sentinella" convergono sulla posizione del Nabucodonosor. Neo finalmente raggiunge il telefono, ma viene ucciso dall'Agente Smith. A bordo del Nabucodonosor, nel mondo reale, Trinity bisbiglia al corpo ormai senza vita di Neo che l'Oracolo le aveva confidato che si sarebbe innamorata dell'Eletto, e che ora si era innamorata di lui. Trinity si rifiuta di credere alla morte di Neo e lo bacia. A Neo ricomincia a battere il cuore e all'interno di Matrix si risveglia; gli Agenti gli sparano nuovamente, ma egli, alzando il palmo della mano, blocca le pallottole a mezz'aria: è la prova definitiva che lui sia l'Eletto. Neo poi vede Matrix come realmente è: nient'altro che verdi linee di codice di programmazione. L'Agente Smith fa un ultimo tentativo di attaccarlo fisicamente, ma i suoi pugni vengono tutti bloccati, e finalmente Neo riesce a distruggerlo. Gli altri due Agenti fuggono e Neo ritorna nel mondo reale. Proprio in quell'istante le "navi-sentinella" (che nel frattempo avevano provocato una breccia nello scafo della nave) vengono distrutte dall'arma del Nabucodonosor.

Neo, nuovamente dentro Matrix, fa una telefonata in cui promette alla gente imprigionata che "tutto è possibile". Infine, riattacca la cornetta del telefono e vola nel cielo sopra la città.

La caverna ( Platone )

Che senso ha ingerire la pillola rossa quando invece della felicità essa promette tutt’altro che gioia? ( “welcome to the desert of the real”, nelle parole di Morpheus). Aristotele risponderebbe che “tutti gli uomini aspirano per natura al sapere: gli esseri umani sono tali in quanto conoscono; se non conoscono, la loro esistenza si reduce a mero vegetare”.Concepiamo idee come ad esempio la nozione di cerchio perfetto, la conoscenza non proviene dai sensi, per quanto stimolata da questi, bensì dalla nostra interiorità che rintraccia le idee tramite l’anamnesi ( dottrina del “conosci te stesso” secondo cui la conoscenza si deve alla memoria di quanto è presente da sempre nella mente: L’iperuranio contiene idee che l’essere umano ricorda e che costituiscono il modello di ciascuna cosa del mondo sensibile). Neo potrebbe essere il fuggitivo del mito della caverna platonico, mentre il lento cammino che lo porta alla conoscenza reale potrebbero essere i diversi stati epistemici ipotizzati da Platone.

Sogni, demoni, cervelli ( Cartesio )

Dato che a ingannare gli esseri umani sono le macchine, in Matrix si affaccia anche l’ipotesi cartesiana del demone maligno. Ciò che Cartesio afferma in relazione all’ipotesi del sogno può trovare una degna corrispondenza nell’ipotesi del cervello in una vasca. Non possiamo dunque sapere se stiamo realmente vivendo o se stiamo sognando. Noi uomini riteniamo correttamente di NON SAPERE.

L’intera vicenda del discorso di Neo e Morpheus e persino il momento della pillola rossa o blu potrebbero essere parte dell’inganno e non potrebbe essere altrimenti perché si trovano all’interno della matrice.

La pillola rossa di Quine ( visione scettica )

Stando a Willard Van Orman Quine non dobbiamo dar credito alle ipotesi scettiche. Egli tratta le ipotesi scettiche al pari di quelle empiriche. Non possiamo sapere di non stare sognando e tantomeno non possiamo sapere se un demone ci sta ingannando. Non essendo suscettibili né di confermano di falsificazione le ipotesi scettiche non rappresentano ipotesi empirico-scientifiche.

La pillola rossa di Cartesio

Egli sostiene che non vi è alcuna conoscenza di cui non sia possibile dubitare, e ciò trova una degna raffigurazione nell’ipotesi di quel demone maligno capace di ingannarci su tutto. Se il demone inganna Neo, allora Neo deve esistere: se non esistesse non potrebbe venire ingannato né pensare di venir ingannato. Per Cartesio dunque “IO SONO, IO ESISTO”, è necessariamente vero tutte le volte che la pronuncio o che la concepisco nel mio spirito ( cogito ergo sum ).Cartesio afferma che l’idea è stata posta in lui da Dio ed è Dio ad aver inculcato in Cartesio ( o in Neo ) una robusta inclinazione a credere che le sue idee rintraccino la loro fonte in oggetti appartenenti al mondo esterno, questi oggetti devono esistere e Neo li conosce per mezzo di idee chiare e distinte; se fosse altrimenti Dio sarebbe un ingannatore, il che non può essere perché Dio è l’essere della bontà e della perfezione divina.

La pillola rossa di Wittgenstein

Wittgenstein afferma : “ lo scetticismo è non inconfutabile, ma apertamente insensato, se vuol mettere indubbio ove non si può domandare”. Egli ritiene che lo scetticismo globale è insensato perché le questioni che poniamo, e il nostro dubbio, riposano su questo: che certe proposizioni sono esenti da dubbio, come se fossero i perni sui quali muovono quelle altre. Pur accettando che possedere e applicare proposizioni o assunzioni basilari sia una condizione necessaria per il nostro credere, agire e parlare, l’idea wittgensteiniana contro lo scetticismo globale non convince, rimane ancora da provare che esiste effettivamente qualcosa al di fuori di noi capace di corrispondere ad esse. Il ragionamento di Wittgenstein non conduce Neo fuori dalla matrice.

La pillola rossa del contestualista

Hume è tra coloro che subiscono la potenza e il fascino dello scetticismo. Un fascino che Matrix stesso non esita a comunicarci anche attraverso la figura negativa di Cypher, per il quale l’ignoranza è uno stato di beatitudine, di felicità, nonostante in una scena ammetta che la bistecca che sta masticando con piacere non esiste: è semplicemente la matrice a comunicare al suo cervello la delizia che prova nel cibarsi della carne. In Hume però lo scetticismo genera anche nubi e tristezza al quale è la vita quotidiana a porre rimedio. La negazione scettica della conoscenza risulta del tutto compatibile con l’attribuzione quotidiana della conoscenza: non sussiste contraddizione alcuna.

Matrix pone lo spettatore in situazioni epistemiche specifiche dandogli l’opportunità di sperimentare su di sé due avventure scettiche classiche, l’ipotesi del sogno, del demone e del cervello in una vasca. L’esperienza di Matrix è dunque un’esperienza fortemente scettica, esso ritrae la condizione umana, riconoscendo che alla radice di ognuno di noi sta la necessità di conoscere, accompagnata dal dubbio scettico. O almeno dovrebbe essere che ogni nostro tentativo di comprensione di noi stessi, degli altri e dell’universo trovi sempre uno dei suoi tanti ramponi nel dubbio per “scalare” la nostra esistenza epistemica. La conoscenza ha un carattere problematico e in essa vi è qualcosa che invita in modo permanente allo scetticismo; Matrix riesce ad esplicitare questo invito ad ogni spettatore.

Oltre il giardino

Trama:

Alla morte del padrone, Chance, un giardiniere analfabeta e non più giovane, che non è mai uscito dalla casa nella quale ha lavorato per tutta la vita, si ritrova in mezzo alla strada, con una valigia di vecchi abiti di lusso e un disarmante candore. L'unico collegamento col mondo esterno è stata nel corso di tutti questi anni la sola televisione. Vagando disorientato e senza meta per le strade di una Washington sporca e maleducata, ben diversa dal mondo che lui vedeva rappresentato attraverso la TV, Chance viene investito dall'auto della moglie di un influentissimo personaggio. La donna (Eve Rand) si preoccupa di soccorrere il malcapitato e lo porta nella sua grandiosa villa per farlo curare. Chance si rimette presto dal piccolo incidente ma poi si trattiene come ospite, visto che il vecchio Ben, marito di Eve e amico del Presidente degli Stati Uniti, colpito dalla sua riservatezza, lo tiene in grande considerazione, e sua moglie addirittura se ne innamora. Tutto ciò avviene all'insaputa di Chance e in maniera del tutto fortuita, dato che quei pochi concetti che lui esprime riguardano il giardinaggio (unico argomento da lui conosciuto) e l'unica cosa che gli interessa è guardare la televisione. Ma in un mondo che è portato a vedere ciò che vuole più che ciò che è, colui che si potrebbe definire un ritardato è scambiato per un saggio, sensibile e arguto osservatore. Solo il medico di famiglia nutre dei sospetti sempre più concreti circa la sua mente. Quando qualcuno cerca di parlargli con una metafora, una forma allegorica, oppure un doppio senso, Chance interpreta alla lettera, rispondendo quindi in modo bizzarro. Le risposte vengono interpretate come frutto del suo senso dell'umorismo. A tal proposito, sono emblematiche le scene in ascensore, nelle quali Chance ed un maggiordomo dialogano, ma ognuno dà un senso diverso a ciò che dice l'altro, senza che il dialogo perda un senso generale.

L'equivoco non è destinato a sciogliersi, anzi: in qualunque contesto lui si trovi, dall'intimità di un dialogo a due con Ben al confronto con il Presidente degli Stati Uniti, passando per la partecipazione ad un talk-show televisivo, le risposte di Chance, sempre molto semplici e invariabilmente riferite al mondo del giardinaggio, vengono sempre scambiate per profonde metafore, proprie di una persona dalla grande saggezza e illuminante filosofia.

La polizia e i servizi segreti, sopravvalutandolo, impazziscono nel vano tentativo di rintracciare la pur minima informazione su di lui. Chance non è iscritto all'anagrafe, non ha conti in banca, non ha beni a lui intestati e, non essendo mai uscito prima di allora dalla sua casa, ovviamente non ha nemmeno lasciato tracce della sua esistenza in nessun luogo. La totale assenza di qualsiasi indizio sulla sua identità (il suo mestiere viene da tutti scambiato per il suo cognome, presentandosi lui come Chance Giardiniere) fa credere ai membri della sicurezza che si tratti di un personaggio altolocato, protetto dalle più alte sfere del potere, che hanno avuto cura di far sparire tutti i documenti che lo riguardano.

Alla morte di Ben, eminenza grigia del potere espresso dal presidente, quest'ultimo pronuncia un discorso di commemorazione, mentre chi muove le fila del potere e presenzia il funerale già si chiede nelle mani di chi mettere il potere, in vista della scadenza del mandato. L'attenzione dei grandi industriali finisce per indirizzarsi verso Chance, il quale, in un finale surreale, si allontana dalla cerimonia, teneramente distratto dalla natura intorno, e si avvia verso un laghetto, che percorre a piedi come fosse solido, una metafora forse della sua ingenua leggerezza mentale che gli permette di "camminare sulle acque".

Il film gioca essenzialmente su una sola trovata, per questo è stato definito “a one-joke movie”. Il film è una satira feroce e spassosa sulla società, sulla politica e sulla televisione, sull’innocenza e la corruzione,su ciò che siamo e ciò che sembriamo. In realtà le trovate del film sono due, la prima è che Chance viene costantemente sovra-interpretato, la seconda è che egli invece sotto-interpreta costantemente gli altri, interpreta in senso letterale le loro espressioni figurate. Chance è come una sorta di schermo bianco sul quale gli altri vedono quello che vogliono vedere e proiettano le proprie idee quasi come fosse uno specchio che riflette se stessi. Ogni interpretazione avviene sullo sfondo di un complesso sistema di aspettative sul comportamento di chi ci sta di fronte, derivate da certe assunzioni sulla natura umana e sugli scambi comunicativi. Non ci impegneremmo in una conversazione se non pensassimo che il nostro interlocutore è largamente simile a noi, innanzitutto, come noi, razionale e cooperativo. Man mano che i dialoghi procedono l’assunzione e le aspettative che ne derivano vengono rafforzate. L’equivoco è che il giardiniere viene preso per qualcuno che non è e quindi le sue parole e le sue azioni vengono interpretate in modo sbagliato: interpretazioni aberranti ed esilaranti sono la conseguenza di un fraintendimento che non è solo iniziale ma reiterato e amplificato nel corso di tutta la storia. Teoricamente dovrebbero essere due le componenti che concorrono a determinare la correttezza o meno delle nostre interpretazioni, una psicologica e l’altra normativa. Per quanto riguarda la dimensione psicologica: il parlante deve avere l’intenzione di comunicare un certo significato o contenuto. Per quanto riguardala dimensione normativa: chi parla deve mettere chi ascolta nelle condizioni di individuare l’interpretazione corretta ed eventualmente di riconoscere l’implicatura che intende veicolare. Il parlante deve cioè rendere manifeste le proprie intenzioni comunicative. Se si vuole un terzo aspetto del film, una terza trovata, può essere quella che porta Chance ad essere visto per quello che è, ovvero un essere unico e speciale, non un giardiniere ignorante bensì un essere umano con un candore e una dolcezza che sono segno di equilibrio e serenità. Il film è forse una delicata parabola sul trionfo di questo candore.” La vita in fondo, è uno stato mentale”.

Essere stramaledettamente logici è una scelta morale. Significa chiarirsi le idee ricorrendo a simulazioni mentali, e perché no, cinematografiche.

Filosofia morale - Neuroetica

Neuroetica

Piccola premessa: molti argomenti sono simili e ripetuti tra questo libro e “Siamo davvero Liberi” ; avendo riassunto prima l’altro non riassumerò qui gli stessi argomenti e concetti. Di conseguenza solo integrando i due libri e leggendoli in questo ordine prendono senso gli appunti.

Introduzione, di Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori

Per PSICOLOGIA INGENUA intendiamo quelle intuizioni fortissime e incancellabili di cui ci serviamo per muoverci nell’ambiente sociale, assai utili ma forse non corrispondenti a una più precisa descrizione del mondo. Quello che la ricerca in questi anni ci ha consegnato è una sorta di NEUROESSENZIALISMO, all’interno del quale non conta tanto ciò che possiamo fare sulla base di progressi tecnici, ma ciò che veniamo a sapere circa il nostro stesso funzionamento. Il FATALISMO è la concezione che considera le vicende del mondo governate da un destino predeterminato, già stabilito. È spesso usato nel senso di determinismo.

Cap.1. Che cosa è la Neuroetica, di Andrea Lavazza

In questo capitolo si sostiene che oggetto della neuroetica non sono tanto le applicazioni delle neuroscienze, quanto quale idea di uomo discenda dalle nuove conoscenze rese disponibili dalla ricerca. L’esempio principale fornito da Lavazza è legato all’autonomia personale, tradizionalmente un concetto filosofico prescrittivo, che però può trovare una nuova declinazione, almeno in alcuni ambiti specifici, grazie a recenti acquisizioni sul funzionamento del sistema dopaminergico. Se si considera qual è la reale base di alcuni comportamenti, come l’uso compulsivo di droghe, le stesse assunzioni filosofiche sull’autonomia da attribuire universalmente agli individui possono essere rimesse in discussione. Già gli egizi praticavano trapanazioni craniche ma in realtà è solamente da due decenni che la riflessione sulle implicazioni etiche, legali e sociali delle neuroscienze ha cominciato a dispiegarsi a partire dagli U.S.A. e dal mondo anglosassone. La crescente comprensione del funzionamento del sistema nervoso centrale e la possibilità di intervenire sul cervello hanno portato alla prima definizione di NEUROETICA:” l’esame di che cosa è giusto e di che cosa sbagliato, di che cosa è bene e che cosa è male nel trattamento, nel perfezionamento, nelle intrusioni indesiderate e nelle preoccupanti manipolazioni del cervello umano.” La filosofa Adina Roskies ha proposto una partizione che è andata affermandosi e che pone da un lato l’etica delle neuroscienze e dall’altro le neuroscienze dell’etica. In sintesi, l’ETICA DELLE NEUROSCIENZE riguarda la riflessione sulle applicazioni controverse delle neuroscienze stesse, mentre le NEUROSCIENZE DELL’ETICA hanno al loro centro il ragionamento morale a partire dalle basi materiali. Ad ogni modo il terreno specifico della neuroetica dovrebbe attendere alla riflessione circa ciò che apprendiamo su noi stessi e il nostro funzionamento, grazie principalmente ma non solo, alle neuroscienze. In altre parole è la naturalizzazione forte dell’indagine sull’essere umano a rendere pertinente una meta disciplina che si occupi dell’ambito multidisciplinare descritto. L’oggetto di studio non è quindi ciò che possiamo fare ma ciò che sappiamo o che crediamo attendibilmente di sapere. L’AUTONOMIA INDIVIDUALE è l’idea che si riferisce alla capacità di essere la propria persona, di vivere la propria vita secondo ragioni e motivi che sono considerati come propri e non il prodotto di forze esterne che manipolano o distorcono. Autonomo è chi può guidarsi da solo, governare il proprio Sé libero da interferenze di altri e da limitazioni personali che impediscono scelte significative; chi può agire secondo un proprio piano scelto in assenza di costrizioni. Essere autonomi è essere sé stessi, essere diretti da considerazioni, desideri, condizioni e caratteristiche che fanno parte di ciò che in qualche modo può essere considerato il proprio Sé autentico, e in quanto tale, si propone come un valore irrefutabile. Nell’attuale temperie culturale si può affermare che per gli adulti sopra una certa soglia valga la presunzione di autonomia e l’obbligo del rispetto di essa. Dunque anche se si interviene contro la volontà di un individuo per il suo bene ( non importa se bene presunto o oggettivo, il liberalismo dell’autonomia dà la preminenza al “giusto” come deontologia di valori assoluti, l’autonomia in questo caso), si mostra meno rispetto per quell’individuo come persona che non se gli si permette di compiere ciò che pare un errore agli osservatori. In questo senso, il rispetto dell’autonomia è richiesto indipendentemente dall’effettiva autonomia mostrata dalla persona in quel momento. Nel nostro sforzo di rispettare quanto più possibile un paziente con demenza, dovremo dare priorità alle preferenze e agli atteggiamenti che manifestava prima di ammalarsi o seguire gli interessi che la persona esprime correntemente? (ad. il esempio caso dell’Alzheimer). L’idea di Dworkin è che per sviluppare quelli che egli chiama CRITICAL INTERESTS ( ovvero scopi generali dell’individuo anche esterni all’autorealizzazione, come il benessere dei figli, il risultato del proprio lavoro a beneficio della comunità ), contrapposti agli EXPERIENTIAL INTERESTS ( legati alla soddisfazione personale momentanea), serva una capacità di vedere la propria vita in un modo unitario, con il passato legato al presente e una proiezione nel futuro, capacità che gli alzheimeriani perdono. Nel 2007 Levy formula una teoria dell’autonomia basata sia sulle effettive prestazioni del nostro cervello , sia sull’idea di mente allargata, ovvero l’ipotesi che il complesso mente-cervello comprenda anche strumenti esterni ed elementi ambientali, cooptati dall’individuo per svolgere alcuni compiti. Due gli elementi chiave in questa prospettiva, ovvero l’autocontrollo e la EGO DEPLETION ( letteralmente l’esaurimento dell’ego). L’AUTOCONTROLLO ci evita di essere alla mercé dei desideri del momento, i quali ci impedirebbero di costruire un piano di vita sensato e ordinato verso una meta. Recentemente è stata avanzata l’ipotesi che l’autocontrollo dipenda in modo cruciale dalla disponibilità di glucosio nel sangue e che questo diminuisca a lungo termine. Nel caso specifico della tossicodipendenza la volontà dell’individuo viene totalmente annullata con l’avvio di un meccanismo di dipendenza non dovuto tanto alla sostanza, quanto piuttosto alle scariche di dopamina che avvertono il sistema che è sopraggiunto uno stimolo migliore di quanto preventivato; in questo modo i valori degli stimoli che anticipano la cocaina continuano a crescere in una spirale di “apprendimento continuo”. In questo senso le scariche di dopamina, in quanto segnali di errore nella predizione della ricompensa, indicano dunque la valutazione fatta dal cervello. L’assunzione di eroina e cocaina è quindi una scelta iniziale che si tramuta in “corto circuito cerebrale.” Infine sono stati analizzati i comportamenti specifici di individui che tendono a distrarsi. La tendenza alla distrazione, tipica degli adolescenti, è legata alla dinamica in evoluzione di alcune strutture corticali che sono sovrabbondanti di cellule nervose, rendendo così difficile concentrarsi a lungo su un compito singolo.

Cap.3. Libero arbitrio e neuroscienze, di Mario De Caro

Mario De Caro affronta qui il dibattito sul libero arbitrio, nel quale crescono le evidenze sperimentali a favore del determinismo o, perlomeno, del fatto che la coscienza non ha un ruolo attivo nella presa di decisione, bensì sarebbe soltanto spettatrice postuma di corsi d’azione avviati a livello cerebrale. Davvero non siamo liberi, come ci dicono Libet e altri studiosi che hanno esteso le sue ricerche, come Haynes? Non necessariamente, la versione compatibilista ad esempio. De Caro mostra che la soluzione del libero arbitrio non potrà essere offerta soltanto dalle neuroscienze. Ciò che emerge rispetto al problema della libertà è che il piano concettuale e quello empirico si intrecciano saldamente: assolutizzando un aspetto rispetto all’altro non si andrà lontani. Buona parte della filosofia moderna ha affrontato la discussione sul libero arbitrio con un metodo di indagine classico: esemplare è il caso di Kant, basti pensare alla terza antinomia della Critica della ragion pura, dove l’idea di una “causalità” secondo le leggi della natura, incompatibile con la libertà umana, viene opposta a quella di una “causalità mediante libertà”, concepita come vero e proprio fondamento dell’imputabilità dell’azione. De caro si concentra soprattutto su alcune critiche mosse verso l’esperimento di Libet, dal quale gli sperimentatori trassero l’idea che la nostra unica libertà è quella di veto.

1) Innanzi tutto ci sono casi in cui compiamo azioni libere senza essere completamente coscienti del fatto che le eseguiamo, né delle modalità o dei tempi in cui lo facciamo.

2) Inoltre, cosa mai potrebbe differenziare una volizione negativa da una positiva al punto che una sia degna del concetto di libero arbitrio e una no?

3) Ancora, in letteratura non v’e’ accordo sul quale sia la natura del potenziale di prontezza né sul ruolo che esso svolge nei processi causali che portano al compimento delle azioni intenzionali.

4) L’accettazione conscia del compito potrebbe essere causa sia dell’incremento del potenziale di prontezza, sia in modo più mediato, della decisione di flettere il dito.

Per quanto riguarda l’esperimento di Libet modificano da Soon, Haynes e colleghi, anche in questo caso è possibile rivolgere delle critiche:

1) Pare molto dubbio che la decisione di premere uno dei due pulsanti, la consapevolezza di tale decisione e la percezione di quale sia la specifica immagine che appare sullo schermo del computer, siano veramente simultanee come presuppongono gli autori dell’articolo.

2) La presunta “decisione”cui l’articolo fa riferimento, premere il pulsante dx o quello sx, è del tutto irrilevante per i soggetti sperimentali: essi non hanno preferenze in un senso o nell’altro che possano essere poste in gerarchia per operare la scelta; dunque non si tratta di una scelta genuina.

3) L’indice di accuratezza dell’esperimento si aggira intorno al 60%, resterebbe quindi un 40 % di margine per chi, come molti libertari , ritiene che la libertà umana si fondi su eventi indeterministici: in questo senso basterà interpretare quel 40 % non come un segnale della nostra ignoranza, ma come una manifestazione oggettiva dell’indeterminismo neurofisiologico.

Cap.6. Cervello, diritto e giustizia, di Giuseppe Sartori, Andrea Lavazza e Luca Sammicheli

In questo capitolo gli autori si concentrano sulle importanti ricadute che la nuova comprensione del funzionamento cerebrale può produrre, e già produce, sul diritto e l’amministrazione della giustizia. Si và dalla possibilità di utilizzare nuove tecniche di memory-detection, ovvero macchine in grado di discriminare in modo obiettivo e con buona approssimazione ricordi veri e ricordi falsi di soggetti coinvolti in casi giudiziari, allo spostamento dei confini dell’incapacità come concetto giuridico, ad esempio per i malati in stato vegetativo persistente, una volta che sia accertata la presenza di un residuo di coscienza e vengano rese disponibili tecniche capaci di consentire a questi pazienti qualche forma di comunicazione. Rilevanti sono anche le ipotesi sulla “gradazione” della quantità di libero arbitrio di cui ciascuno sarebbe dotato, suscettibili di permettere una proporzionale attribuzione di responsabilità agli imputati di certi crimini. Infine, Sartori, Lavazza e Sammicheli discutono quanto sostenuto da alcuni neuro scienziati, secondo i quali gli individui sono “macchine” neuronali che non ha più senso considerare colpevoli dei propri misfatti e punibili per essi. Il diritto retributivo andrebbe allora sostituito con misure volte a garantire la sicurezza dei cittadini più che a sanzionare i rei. Il diritto occidentale contemporaneo mantiene ancora implicitamente una concezione “cartesiana” dell’individuo. Sotto tale semplificatoria etichetta, si colloca una comprensione della persona come costituita da un dualismo di mente e corpo, in cui il primo elemento, variamente definito, gode di una rilevante autonomia, se non di una totale indipendenza dal secondo. La concezione cartesiana deriva dalla necessità di ancorarsi a un “modello di agire umano” legato al principio della libertà e della “signoria dell’azione”. In campo penale il concetto di COLPEVOLEZZA presuppone una libertà di agire dell’uomo, una libertà del volere, una libertà come capacità dell’uomo, seppure entro certi limiti, di autodeterminarsi. Sul tema della colpevolezza giuridica si assiste a uno scontro tra quella che De Caro chiama l’ INTUIZIONE PREFILOSOFICA DÌ LIBERTA’ e la concezione scientifica del mondo naturale legata all’ineluttabilità delle leggi del determinismo causale. In parole povere condividiamo una concezione dell’uomo come agente libero basata su una intuizione di senso comune non razionalmente fondata ma unanimemente condivisa). Il primo ad occuparsi del problema della menzogna fu Vittorio Benussi che mise a punto la metodologia di lie-detection, fondata sulla rilevazione del profilo fisiologico della respirazione. Le recenti tecnologie di brain-imaging permettono inoltre di visualizzare l’attività cerebrale nel suo compiersi e di studiarla non invasivamente. Si è inoltre studiata una metodologia efficace per identificare memorie autobiografiche, ovvero l’Autobiographical IAT : essa si basa su un fenomeno molto forte relativo all’organizzazione del sistema nervoso, l’effetto compatibilità. Lo IAT è uno strumento di misura indiretta che in base alla latenza delle risposte, stabilisce la forza dell’associazione tra concetti. Si discute inoltre della capacità di agire e degli stati vegetativi citando il caso di Eluana Englaro, si discute l’applicazione delle neuroscienze nell’ambito criminale, nel quale è ormai noto che è fondamentale il ruolo del lobo frontale nella complessa eziologia del comportamento violento. Per quanto riguarda la capacità di intendere e di volere, come già citato in precedenza si discute la quantificabilità del libero arbitrio. Come si può essere considerati padroni di azioni che il nostro cervello ha già deciso prima che noi ne siamo consapevoli? ( De Caro sottolinea come sia possibile obiettare tale argomento tramite le critiche degli esperimenti di Libet e Haynes citate in precedenza).

Cap.7. Evoluzione, cognizione e cultura, di Massimo Marraffa

In questo capitolo Marraffa si dedica al tema delle credenze. Quelle della vita quotidiana, e anche quelle più riflessive, sono condizionate dall’architettura e dal funzionamento cerebrali, frutto di processi evolutivi, in alcuni casi legate in prima istanza ad altre funzioni. In base a tali fondamenti neurocognitivi della cultura, emerge come alcuni tipi di credenze si diffondano più facilmente e altri più difficilmente si possano correggere, ad esempio le credenze religiose. La cultura influenza le nostre credenze e anche le strategie di elaborazione dell’informazione che impieghiamo per conoscere il mondo. Marraffa argomenta a favore di una visione pienamente naturalistica della cultura che, darwinianamente, nega l’esistenza di una differenza categoriale, o ontologica, fra mente umana e mente animale. Per alcuni decenni, tra gli anni 20 e 50 del Novecento, la psicologia è stata dominata da un approccio empiristico allo sviluppo cognitivo. L’essere umano nascerebbe dunque privo di ogni conoscenza, dotato unicamente di capacità sensoriali e di una capacità di apprendimento generale, che si applica a ogni dominio della realtà. Ogni conoscenza va appresa nel corso della vita, attraverso l’esperienza diretta o per trasmissione culturale. Opposto all’approccio empiristico vi è la struttura modularistica di Chomsky, costituita da un insieme di sottosistemi distinti che eseguono funzioni molto specifiche indipendentemente gli uni dagli altri. Si tratta di una specie di “Kantismo” biologico e plurale in quanto le strutture a priori in questione sono imputate in ultima analisi al cervello e anzi a ragioni specializzate in esso; plurale in quanto non c’è un unico apparato a priori, ma tanti quante sono le specifiche competenze identificate. Il RAPPRESENTAZIONALISMO è il primo elemento fondante di quella che a partire dalla fine degli anni 60 è nota come PSICOLOGIA COGNITIVISTA, la quale spiega il comportamento intelligente assumendo che la mente sia un sistema rappresentazionale, ossia sostenendo che la funzione principale degli stati mentali è quella di rappresentare proprietà, oggetti o eventi del mondo. Fra le due visioni dell’architettura cognitiva umana , ovvero l’empiristica e la ultramodularistica è probabile che verità stia nel mezzo e che la mente umana possa contare su un piccolo numero di sistemi di conoscenze innati e specifici per dominio. Nel capitolo si parla inoltre della cultura nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Boyer ha utilizzato una teoria epidemiologica della cultura nello studio delle credenze religiose. L’antropologo sostiene che le rappresentazioni mentali dei concetti religiosi condividono 3 caratteristiche generali:

1) I concetti religiosi attivano 5 categorie ontologiche: persona, animale, pianta, manufatto, oggetto naturale.

2) I concetti religiosi specificano sempre informazioni che violano le aspettative associate alla categoria ontologica pertinente ( esempio dei fang del Camerun che credono che la loro foresta sia popolata da spiriti invisibili con proprietà che violano la fisica intuitiva, come il poter attraversare i muri etc..).

3) I concetti religiosi attivano anche, fra le aspettative associate alla categoria ontologica pertinente, quelle che non sono violate ( per esempio gli spiriti sopra citati sono si invisibili ma desiderano che certi rituali vengano eseguiti e in tal modo hanno proprietà inerenti al mondo fisico, e quindi che non violano le aspettative). In conclusione possiamo dire che la variazione culturale è spiegabile solo se situata all’interno di uno spazio vincolato da ontologie intuitive evolute. La cognizione è dunque il prodotto dell’evoluzione, ma essa non si riduce a un insieme di sistemi specifici per dominio e canalizzati. L’interazione fra scienze neuro cognitive e scienze sociali può dunque avvenire sia secondo una prospettiva cognitivo-evoluzionistica sulla cultura sia secondo una prospettiva culturale sulla cognizione. E l’integrazione fra queste due prospettive è attualmente in cima alle agende della psicologia evoluzionistica e della psicologia culturale.

DEFINIZIONI:

Compatibilismo: teoria filosofica secondo cui il libero arbitrio dell’uomo è compatibile con il determinismo e le sue accezioni, e in alcune versioni addirittura lo richiede.

Il Supercompatibilismo richiede, al contrario del libertarismo causale, che le nostre azioni, per definirsi libere, debbano essere perfettamente determinate in quanto se non fossero tali sarebbero casuali e quindi non libere.

Incompatibilismo: è la teoria filosofica secondo cui il determinismo, comunque inteso, non può coesistere con il libero arbitrio.

L’Incompatibilismo si divide a sua volta in libertarismo e illusionismo.

L’Illusionismo è la concezione filosofica secondo cui la libertà è una illusione.

Il libertarismo è la concezione filosofica secondo cui vi è libertà e non determinismo ( sostenitori di quel 40% dell’esperimento di Libet).

Il libertarismo causale richiede che nel mondo naturale esistano fattori indeterministici rilevanti, perché essi sono condizione necessaria della possibilità e dell’esercizio del libero arbitrio.

Misterialismo: è la concezione filosofica secondo cui il libero arbitrio è per noi irrinunciabile, ma allo stesso tempo inconciliabile con la visione scientifica del mondo, rappresenta dunque per noi un mistero insolubile.